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| Approcci terapeutici al trauma |
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Le conseguenze di un’esperienza traumatica sono tali da trasformare la vita di una persona; la sensazione di essere sopraffatti e di non avere mezzi per reagire è la vera ferita che si struttura nella psiche e nel corpo di chi l’ha subita. Queste conseguenze possono influenzare anche i figli di chi ha subito un trauma, nonostante l’amorevolezza che un genitore traumatizzato cerchi di usare nel prendersi cura di loro.
La prima difficoltà di chi chiede aiuto per affrontare gli effetti di un trauma psicologico consiste nell’impedimento a parlarne : per il cervello la realtà reale e quella virtuale sono la stessa cosa, e il soggetto evita accuratamente non solo di pensare all’evento, ma anche di parlarne. In realtà quelle brutte sensazioni che sono in agguato hanno la funzione di proteggere il traumatizzato di fronte ad evenienze simili. La mente lo sa che non corre più pericolo, che parlarne non è rischioso, ma prima che quest’idea prenda piede, il soggetto è già immerso nelle sensazioni che ha provato “allora”. Soprattutto spesso non ha delle cose, degli eventi da raccontare, perché, come illustrato altrove, durante l’evento alcune zone del cervello si sono “spente” per permettere che tutta l’energia e le risorse disponibili fossero utilizzate per il compito primario della sopravvivenza. Quando finalmente la persona chiede aiuto e si è resa conto che i sintomi non scompaiono da soli, è importante che sappia che non si sa quanto tempo occorrerà. L’approccio può richiedere l’intervento di uno o più specialisti e la risposta del traumatizzato è largamente imprevedibile. L’obiettivo di un intervento psicoterapeutico sugli esiti del trauma è :
Man mano la persona viene accompagnata nell’accesso propriocettivo ai traumi : questo è un passaggio e una strategia essenziale, perché il trattamento dei traumi passa senza dubbio attraverso il corpo, che è quello che tiene i conti ( the body keeps the score, Van der Kolk)); senza di ciò il soggetto si serve di una strategia in cui è diventato maestro suo malgrado, ovvero esclude, evita e razionalizza, ma non fa un passo avanti. Messo da parte l’accesso al corpo attraverso le parole e l’analisi, le tecniche che si rivelano più utili sono quelle di tipo psicodrammatico, quelle gestaltiche (della sedia vuota), di visualizzazione, di meditazione, di modificazione della postura del corpo, di Ipnosi, di EMDR, di EFT su cui diciamo qualcosa più avanti. In particolare le tecniche che modificano gli stati di coscienza sono state sempre associate nella storia dell’umanità alla conoscenza profonda di sé, ad un cambiamento che va alle radici e alla cura. Ogni esperienza che favorisca l’assorbimento, la dissociazione creativa e l’insediamento di una forma di confidenza e sicurezza nel corpo e nella mente, di fatto facilita il processamento dell’esperienza traumatica, favorisce la diminuzione dell’ arousal, toglie terreno alle associazioni indebite tra pezzi di ricordi e attivazione emozionale e sensoriale, aiuta a riconquistare una coscienza di calma e di profondità che permettono alla persona colpita di riconciliarsi col senso del sé perduto. Le varie tecniche di meditazione, in particolare, favoriscono un’attenzione non giudicante di quanto avviene nel corpo e nella mente e disinnescano gradualmente il collegamento automatico tra sensazioni e pericolo. L’accesso ai ricordi traumatici deve essere condotto, successivamente, senza fretta e senza l’illusione che ci sia un intervento magico e rapido che vada bene per tutti. Non dimentichiamo che alcune esperienze sono diventate traumatiche per fattori di rischio che hanno esercitato un grosso peso, che le tappe di sviluppo della persona sono state evidentemente sconvolte, e ciò non è senza conseguenze, infine che il tipo di vita che si è condotto dopo il trauma a volte rende poco produttivi alcuni interventi di aiuto. Infine, ma non ultimo per importanza, è essenziale che lo psicoterapeuta si renda conto che le tecniche note in Psicologia sperimentale non sono estensibili alla Psicologia clinica : è difficile che un paziente presenti solo un trauma, ma quasi sempre è portatore di condizioni co-occorrenti, ovvero di comorbilità, che complessificano il percorso psicoterapeutico. Inoltre traumi diversi producono conseguenze psicopatologiche diverse e bisogna accettare che il soggetto traumatizzato quasi sempre è, per periodi consistenti, anche in trattamento psicofarmacologico, spesso senza che nella nostra cultura ci sia spazio e disponibilità per un lavoro di integrazione che andrebbe a tutto vantaggio di chi è in difficoltà con la vita. Al fine di rendere possibile l’esplorazione dei ricordi traumatici e la loro integrazione nella continuità dell’identità personale, i modelli psicoterapeutici più utilizzati ad oggi sono : la Terapia Cognitivo-comportamentale, l’EMDR e l’ Ipnosi, . Un ruolo importante nella gestione delle emozioni è svolto dalle tecniche di scarico emotivo che vanno sotto il nome di EFT e il Somatic Experiencing (quest'ultimo approccio si rifà alle teorie di P.Lévine sul trauma). In particolare la Terapia cognitivo–comportamentale utilizza tecniche di rilassamento, di esposizione e desensibilizzazione (esposizione graduale alle situazioni che si evitano), di rieducazione del pensiero e ristrutturazione cognitiva (si tende a modificare convinzioni e pensieri autodistruttivi), di Problem Solving e Training di assertività. Di recente questo approccio si è arricchito di tecniche come la “mindfulness”, ovvero di attenzione consapevole e non giudicante alla propria esperienza riguardante azioni, pensieri, sensazioni, e di de-identificazione da essi con pratiche ed esercizi di tipo meditativo in modo da favorire nel paziente la possibilità di effettuare scelte in direzione dei propri valori e obiettivi, anziché essere vittima di spinte all’evitamento. L’EMDR è a sua volta una tecnica di trattamento dei disturbi associati al trauma di origine comportamentale. E’ un metodo che utilizza i movimenti oculari guidati dalla mano del terapeuta ed effettuati in varie direzioni e con vari ritmi : nella pratica si stimolano ritmicamente ed alternativamente i due emisferi, sollecitando l’emersione di immagini (ricordi, pensieri, giudizi..) che vengono ridefinite in senso adattivo per il traumatizzato il quale soffre perchè è intrappolato in sensazioni e comportamenti coattivi che sembrano nascere dal niente. |


Man mano la persona viene accompagnata nell’accesso propriocettivo ai traumi : questo è un passaggio e una strategia essenziale, perché il trattamento dei traumi passa senza dubbio attraverso il corpo, che è quello che tiene i conti ( the body keeps the score, Van der Kolk)); senza di ciò il soggetto si serve di una strategia in cui è diventato maestro suo malgrado, ovvero esclude, evita e razionalizza, ma non fa un passo avanti. Messo da parte l’accesso al corpo attraverso le parole e l’analisi, le tecniche che si rivelano più utili sono quelle di tipo psicodrammatico, quelle gestaltiche (della sedia vuota), di visualizzazione, di meditazione, di modificazione della postura del corpo, di Ipnosi, di EMDR, di EFT su cui diciamo qualcosa più avanti. In particolare le tecniche che modificano gli stati di coscienza sono state sempre associate nella storia dell’umanità alla conoscenza profonda di sé, ad un cambiamento che va alle radici e alla cura. Ogni esperienza che favorisca l’assorbimento, la dissociazione creativa e l’insediamento di una forma di confidenza e sicurezza nel corpo e nella mente, di fatto facilita il processamento dell’esperienza traumatica, favorisce la diminuzione dell’ arousal, toglie terreno alle associazioni indebite tra pezzi di ricordi e attivazione emozionale e sensoriale, aiuta a riconquistare una coscienza di calma e di profondità che permettono alla persona colpita di riconciliarsi col senso del sé perduto. Le varie tecniche di meditazione, in particolare, favoriscono un’attenzione non giudicante di quanto avviene nel corpo e nella mente e disinnescano gradualmente il collegamento automatico tra sensazioni e pericolo.
L’accesso ai ricordi traumatici deve essere condotto, successivamente, senza fretta e senza l’illusione che ci sia un intervento magico e rapido che vada bene per tutti. Non dimentichiamo che alcune esperienze sono diventate traumatiche per fattori di rischio che hanno esercitato un grosso peso, che le tappe di sviluppo della persona sono state evidentemente sconvolte, e ciò non è senza conseguenze, infine che il tipo di vita che si è condotto dopo il trauma a volte rende poco produttivi alcuni interventi di aiuto. Infine, ma non ultimo per importanza, è essenziale che lo psicoterapeuta si renda conto che le tecniche note in Psicologia sperimentale non sono estensibili alla Psicologia clinica : è difficile che un paziente presenti solo un trauma, ma quasi sempre è portatore di condizioni co-occorrenti, ovvero di comorbilità, che complessificano il percorso psicoterapeutico. Inoltre traumi diversi producono conseguenze psicopatologiche diverse e bisogna accettare che il soggetto traumatizzato quasi sempre è, per periodi consistenti, anche in trattamento psicofarmacologico, spesso senza che nella nostra cultura ci sia spazio e disponibilità per un lavoro di integrazione che andrebbe a tutto vantaggio di chi è in difficoltà con la vita. 




